sabato 14 luglio 2012

Ernia inguinale nei bambini di 3 anni: la nostra esperienza (seconda parte)

 (Per leggere la prima  parte clicca qui)
Ci avevano detto di presentarci alle 7:30 del mattino, ma un’ora dopo non era ancora accaduto nulla e la confusione aumentava sempre più considerando che per ogni piccolo paziente c’erano almeno due nonni oltre ai genitori; alcuni hanno pensato bene di portare anche zii e cugini.
La fase burocratica non si era conclusa, come avevo ingenuamente immaginato, ed ecco che le infermiere escono dal reparto chiamando i nomi di tre bambini, compreso quello di Andrea, e consegnano ai rispettivi genitori un foglio da consegnare in un altro reparto e, ovviamente in un altro piano.

Il primo bambino chiamato per essere preparato è stato Andrea, che per fortuna non aveva ancora toccato “ il punto di non ritorno “.



Ringrazio il cielo per la presenza di un’infermiera simpatica, empatica e gentilissima, nonostante il suo aspetto fisico facesse temere il peggio, perché il mio piccolo, riconoscendo il luogo dove il giorno prima lo avevano siringato, iniziava a chiedere con insistenza di andare via mentre l’agitazione cresceva a vista d’occhio.
Quando poi l’infermiera si è presentata con una siringa che conteneva il liquido dosato per la preanestesia, da assumere per bocca, è scoppiato il dramma.

Da una parte avevo Andrea che voleva scappare, piangeva e alzava il tono di voce in modo preoccupante, dall’altra c’era l’infermiera che  mi informava, con gravità e  un pizzico di preoccupazione, che il liquido doveva essere ingerito tutto e in un solo sorso.
E’ stato del tutto inutile avvicinare la siringa per fargli vedere che non c’era l’ago; ormai il panico lo aveva sopraffatto e sembrava non ascoltarmi più.
Quando gli ho ricordato che in passato aveva assunto altre medicine in questo modo, improvvisamente mi ha fornito lui stesso un’alternativa o almeno la speranza di poter tentare  qualcosa, gridandomi fra le lacrime: “ Il cucchiaioooo! Mettilo  sul cucchiaiooo”.
In quel momento non ero neanche in grado di capire se la posata  avrebbe potuto contenere tutto il liquido e mentre scorrevano velocemente nella mia mente tutte le immagini degli insuccessi legati alla somministrazione di medicine con questo metodo, ho riempito il cucchiaio  pensando al modo migliore di avvicinarlo.
Mentre mi abbassavo verso di lui ecco che sbuca fuori la frase giusta per agganciarlo: “Andrea, volevi l’acqua? Bevi questo sorso di acqua!”.
Sì, lo so, ho imbrogliato approfittando di un suo bisogno; chiamatela arte di arrangiarsi o qualcosa di simile.
Da quel momento in poi mi hanno imposto di tenerlo sempre in braccio dato che rischiava di avere capogiri e cadere.

Un minuto dopo l’altro vedevo  i movimenti di Andrea diventare più lenti  e quando finalmente è arrivato l’infermiere con la barella, non aveva quasi più la forza di muoversi, tanto che oltre a  non opporre resistenza,  non è riuscito a spostare la coperta che gli era stata sistemata sopra il corpo.
Lo vedo ancora mentre ne solleva piano un lembo  chiedendo con debolezza il perché.
Siamo passati davanti la porta della sala d’attesa dove l’ho invitato a salutare il papà il quale, solo per il fatto di vederlo immobile  e coperto sulla barella, si è giustamente scombussolato.



Uno dei due genitori è autorizzato ad entrare in sala operatoria per portare a termine l’anestesia, quindi prima di entrare mi hanno consegnato camice, cuffia per capelli, mascherina e copri-scarpe in TNT.
Andrea mi guardava mentre mi fingevo entusiasta per la bellezza delle cose che stavo indossando e dentro la sala operatoria anche i medici erano molto disponibili al gioco; quando uno di essi si è avvicinato con la mascherina e il piccolo l’ha indicata chiedendo col residuo di forza che gli restava : “Perché ha questa?”, lui l’ha abbassata in un nanosecondo, sbuffando in maniera esagerata come se avesse caldo.
Abbiamo attirato la sua attenzione per non fargli vedere l’anestesista che infilava l’ago alla mano e con mia grande sorpresa non ha avuto neanche la più piccola reazione: come se non l’avesse proprio sentita.
Io gli parlavo, tenendogli il viso girato verso  il mio e quando hanno iniettato lentamente il liquido anestetico vero e proprio,  ha chiuso piano gli occhi mentre le pupille si sollevavano e la bocca si apriva un poco.
Mi sembrava di vedere il liquido che lo “annientava” e di percepire quasi il percorso nel suo corpicino.
Non è stato un momento piacevole…

Fuori dalla sala operatoria il papà non stava meglio.
L’inizio degli interventi ovviamente aveva dato via libera all’apprensione dei genitori, che infatti si sono schierati davanti a me per conoscere tutti i particolari.
Quando Andrea è uscito dalla sala operatoria stavo ancora mettendo a posto le nostre cose, dato che il posto letto era stato liberato appena quindici minuti prima.
Vedendolo  sulla barella, col viso contorto in uno pianto diverso, le gambe un po’ tirate sull’addome e la flebo attaccata al braccino, ho pensato per un attimo di non sapere cosa fare.
Non si capiva se lo facesse soffrire di più la ferita o il tubo della flebo attaccata alla mano.

L’infermiera simpatica, senza rendersene conto mi dava coraggio col suo modo di muoversi e parlare; mentre si allontana diceva che il bambino adesso avrebbe dovuto dormire;  gli avrebbe fatto bene.
Ero davvero convinta che non si sarebbe più addormentato e cercavo di non pensare alle ore difficili che mi attendevano e soprattutto a quanto possono essere lunghe e stremanti, quando ogni secondo è dedicato alla gestione di una situazione difficile.
Ne so qualcosa purtroppo, ma quella che mi apprestavo a vivere era secondo me l’esperienza più dura.
Sono rimasta seduta, ma mi sono quasi sdraiata col busto accanto a lui, mentre gli tenevo una mano e con l’altro braccio gli circondavo la testa: l’ho quasi avvolto.
Non solo l’ha accettato, ma ha iniziato a tranquillizzarsi e alla fine  pure  a riprendere sonno.

Per farla breve, ha dormito tutto il giorno, svegliandosi di tanto in tanto e ogni volta più tranquillo soprattutto nei confronti della flebo.
Non si è voluto alzare neanche la sera, quando gli ho proposto una passeggiata in corridoio, ritenendo che non potesse avere ancora sonno.
Il risposo notturno è stato interrotto più volte da risvegli suoi o degli altri bambini e non è stato necessario utilizzare la supposta per il dolore.

Ciò che ha creato qualche difficoltà è stata la mancanza di informazioni riguardo l’assunzione di acqua e cibo durante i brevi risvegli e ancor peggio, l’incongruenza delle risposte ricevute da medici e infermieri:
Al risveglio un sorso di acqua; se il residuo dell’anestesia non crea problemi alla deglutizione allora latri sorsi e poi il succo;
Finita questa flebo la può togliere completamente e può bere;
Può bere tutto il succo;
Non può bere tutto il succo;
Deve fare un’altra flebo finché dorme.
Se ha canalizzato può bere? …Perché hanno tolto la flebo?


Risultato: la flebo resta attaccata, ma chiusa per un’ora;
Andrea beve un paio di sorsi di acqua e tutto il succo nell’arco del pomeriggio;
Andrea vomita tutto a spruzzo all’improvviso e mentre dorme.
Ho appreso in seguito che i bambini operati quella mattina avevano vomitato tutti e che i medici lo ritenevano del tutto normale, ma gli altri genitori erano frastornati quanto me per la frammentarietà e confusione delle direttive.
Senza contare che, una volta sporcato tutto per il vomito, l’infermiera di turno ha sistemato il letto senza neanche passare prima una pezza sulle sbarre.
Io la guardavo e mi dicevo: “Noo…non lo farà…non metterà il lenzuolo, è inevitabile che si sporchi… !!!...l’ha messo……”.

Ecco, in quel momento mi sono proprio incazzata!
Ho preso un bel po’ di carta, l’ho bagnata ed ho iniziato a pulire, non sapendo da che parte passare  dato che il vomito nel frattempo stazionava sul pavimento.
Domani pulirà meglio la signora delle pulizie” pare abbia detto quel raro esempio di genio neurotipico mentre passava della carta per terra, dopo che il letto era pronto…e sporco di vomito.
Io ero in bagno a lavarmi le mani perché giuro che l’avrei stozzata!
In ospedale bisogna portarsi di tutto e per fortuna avevo con me un piccolo telo di cotone da sistemare sul bordo del letto.

Durante la notte ho fatto bere ad Andrea piccoli sorsi di acqua, tenendo sotto controllo l’orologio per non correre il rischio di dargliene troppi e ravvicinati; da quel momento volevo tentare di fargli assimilare la poca acqua che gli offrivo.
La mattina seguente era molto più sveglio e vigile, ma ha vomitato ancora.
Per fortuna passava un medico non ancora stanco della vita, il quale  mi ha fatto notare che quella volta si trattava di succhi gastrici e che dovevo far mangiare al bambino qualcosa di asciutto e pochi liquidi.
Ho eseguito alla lettera ed è andata bene.
A metà mattinata, ringraziando il cielo o chi per lui, sono arrivate le dimissioni.





Images: FreeDigitalPhotos.net



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6 commenti:

  1. bene, dal nord al sud gli ospedali italiani hanno gli stessi problemi. cattiva informazione, dotazioni ridotte al minimo, assistenza basata sul volontariato dei parenti... se si tratta di bambini, poi, figurati, tanto c'è la mamma con loro... comunque andrea è molto più logico dell'infermiera: come si può pensare di somministrare una medicina via orale con una siringa a bambini piccoli senza correre il rischio di spaventarli? era molto più logico il cucchiaio o il bicchiere...
    m.c.

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    Risposte
    1. Mi duole, ma devo condividere tutto ciò che scrivi.
      Grazie per i tuoi commenti, davvero...

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  2. Mamma mia, che avventura tremenda...

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  3. che bella questa grafica! complimenti...
    monica c.

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  4. Se queste sono le esperienze sanitarie prima dei tagli alla sanità che stanno operando in questi giorni non voglio pensare a dopo ..

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  5. Lety..mamma mia..lego tutto ora perchè non sono più riuscita tanto a leggere i blog..che dire.. che angoscia le cose che avete dovuto passare..mi spiace davvero..ma il tuo ometto è stato forte e aveva ragione sulla siringa..ma perchè ad un bimbo di tre anni usano ancora la siringa come ai neonati..? Pazzesco! Ora com'è? Tutto ok? Un abbraccio a tutti e due ;)

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