lunedì 24 giugno 2013

Racconti per bambini: vanità infantile

I racconti per bambini scritti nell’Ottocento, con qualche piccola modifica nei termini utilizzati, diventano delle storie che si possono condividere anche con i bambini ultra-tecnologici di oggi.
Raccontare favole, fiabe o semplici storie ai bambini sarà sempre un momento di dolcezza e condivisione con l’adulto.
Un regalo che dobbiamo continuare a fare ai nostri figli, pur lasciando loro lo spazio di sperimentare le nuove forme di comunicazione che offre la società.
Image courtesy of AKARAKINGDOMS / FreeDigitalPhotos.net

Vigilare con discrezione, intervenire al momento opportuno e offrire valide alternative per farli crescere con una visione più ampia ed equilibrata dell’esistenza.
Chi dice che è facile forse non ha figli…

**********

Vanità infantile

 

Un magnifico pappagallo dalle piume verdi e rosse, empiva da mattina a sera di grida la casa di un ufficiale  superiore di marina, abitante a Spezia.

 

Il comandante Morando e la moglie di lui più volte avevano stabilito di liberarsi di quell’ospite noioso e di regalarlo a un loro conoscente di Lerici, ma questo disegno andava a monte per le lagrime e le suppliche di Enrico, il loro figlio minore.

 

Il pappagallo era stato recato d’America da un marinaio che aveva servito come ordinanza presso la famiglia del comandante; questo marinaio era affezionatissimo a Enrico, che aveva veduto nascere, ed il bimbo considerava il loquace uccello come cosa sua, assolutamente sua.

 

Il piccino aveva messo al pappagallo il nome del donatore e chiamavalo Gaspero e appena l’uccello si sentiva chiamare, rispondeva: - evviva il re!

Questo saluto glielo aveva insegnato il fratello maggiore di Enrico, un ragazzetto impertinente quanto mai, cui non era sfuggito un grosso difetto del carattere di Enrico: la vanità.

 

Forse Riccardo non pensava a correggere il piccino, ma si divertiva a canzonarlo per la sua boria, e oltre al saluto burlesco insegnato al pappagallo, aveva ammaestrato Morino, il cane, a fargli il saluto militare appena lo vedeva.

Enrico, a quelle umili dimostrazioni s’inorgoglì sempre più e un giorno cinta la spada di legno, gettandosi sulle spalle un mantellino a guisa  di manto e ornatasi la testa di una corona di foglio, andò tutto tronfio a farsi vedere a Riccardo.

 

- Buffone!- esclamò il ragazzo scorgendo il piccino, che incedeva come un re da commedia in quel grottesco camuffamento reale.

- Perché?- domandò Enrico.

- Senti – replicò l’altro – ogni bel giuoco dura poco. Potevo ridere finché avevi due o tre anni, ma ora è tempo di smetterla con queste  buffonate. Pensa a imparare a leggere.

 

Enrico uscì dalla stanza fremente d’ira e a fine di consolarsi, andò in cerca del pappagallo e del cane, per udire il grido di quello e vedere il saluto di questo e, sempre con la corona attorno al capo e il manto sulle spalle, si diede a narrare alle due bestie, che certo non lo capivano, le sue speranze a venire.

Con la punta della spada – era di legno veh! – voleva conquistare un reame e cingere una corona tutta d’oro e di brillanti. Allora avrebbe fatto caricare di catene quel ribelle di Riccardo e lo avrebbe condannato a una perpetua prigionia nelle cantine del palazzo.

 

- Ora ti servo io! – disse Riccardo che aveva udito dalla stanza accanto tutto quel discorso.

Difatti attese che Enrico se ne fosse andato e poi a forza di chicchi d’uva, di pezzi di zucchero e di altre cose di cui il pappagallo era molto ghiotto, l’insegnò a dire:

- Buffone! Buffone! Buffone! – su tre toni diversi.

 

La sera stessa quando Enrico, ancora ammantato regalmente e regalmente incoronato, andò da Gaspero per sentirsi dare l’ambito titolo, il pappagallo, che rammentava la recente lezione, lo apostrofò dicendogli:

- Buffone! Buffone! Buffone! – su tre toni diversi come Riccardo gli aveva insegnato.

 

Il piccino, inviperito, sfoderò la spada di legno e stava per darne un colpo fra capo e collo all’offensore, quando Riccardo, che era accorso supponendo una scena, gli trattenne il braccio in tempo.

- Perché sei così cattivo? – domandò al piccino.

- Perché Gaspero mi offende, mi dice buffone.

- E non ti pare di esser buffo davvero?

 

Il bimbo si guardò in uno specchio e abbassò gli occhi umiliato.

Non dico che la lezioncina lo avesse guarito totalmente dalla vanità sua, ma almeno in quel momento capì di essere ridicolo e non si mise più la corona nè il manto sulle spalle.

 





Subscribe to Our Blog Updates!




Share this article!

1 commento:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Return to top of page
Powered By Blogger | Design by Genesis Awesome | Blogger Template by Lord HTML