sabato 3 gennaio 2015

La maternità dopo il sogno


Credo che la maggior parte degli esseri umani abbia provato sconforto e impotenza di fronte ai fatti della vita tanto da sentire, più che pensare, di non riuscire ad andare avanti in nessun modo.
Sono stati d’animo che vanno e vengono come vanno e vengono le difficoltà dell’esistenza.

Quante persone sono passate dal dolore e dalle lacrime a quel guizzo di speranza che ti dà anche una banalità come sapere, ad esempio, che domani ti aspetterà una buona colazione o un caffè con un’amica, per poi passare da quel guizzo all’organizzazione di qualcosa, ad una possibilità per il futuro: banalità che ti tengono a galla perché è a galla che vuoi restare, nonostante tutto.

Accade un giorno che quel guizzo tarda ad arrivare, che di progetti non ce ne sono molti e oltretutto sembrano idiozie.
Accade che il momento del caffè perda tutta la sua sacralità: sembra che la bevanda abbia dissolto il suo stesso aroma.



Nessuno ti dice mai che un figlio rischia anche di ucciderti.
Forse non te lo dicono perché non è la maternità in sé qualcosa di potenzialmente dannoso, ma la sua buona riuscita forse è legata sia alla personalità sia all’esperienza della donna che si appresta a viverla.
Se consideriamo che nessuno si occupa minimamente del prossimo, troviamo facilmente una spiegazione a questo silenzio, senza contare che pochissime persone possiedono un’istintiva capacità di analisi e comprensione dei “movimenti dell’anima e della mente”.

Un silenzio facilmente giustificabile, del resto, se consideriamo che il cambiamento radicale di vita non viene vissuto da ogni donna con lo stesso disagio e nemmeno con la stessa intensità.
 C’è un silenzio però che si macchia dell’onta dell’inganno: è il silenzio sulla verità dei fatti, sull’inesistenza di cambiamenti “automatici” e  di forze fisiche regalate dal cielo.
Nessuno ti svela il terribile segreto: una donna resta tale anche dopo essere diventata madre e, ancor di più, resta persona e vorrà continuare a esserlo come prima e sempre di più, ma non sarà più possibile e chissà per quanto tempo.

Nessun figlio, così come nessun marito, pranzo domenicale in famiglia, Natale con tanto di albero addobbato in casa, potranno mai cancellare ciò che è stato, ciò che poteva essere, e riempire questo vuoto immenso.




- Correva l’anno 2009.
Lo chiamano baby blues, depressione post parto e in certi casi c’è anche la disperazione di una maternità vissuta nella disabilità.
Poco importa se una diagnosi arriverà dopo un paio di anni: i sintomi non aspettano la diagnosi per venire fuori.
Mamme care, donne mie…anche il nero sbiadisce.
Magari si passerà al grigio senza approdare mai al bianco, ma non sarà più nero.
Non sarà più nero. -



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