lunedì 5 ottobre 2015

La consolazione (Racconto del 1893)

Ci sono persone che aprono a caso una pagina della Bibbia o di un altro libro per loro significativo, per cercare nella prima frase su cui cade lo sguardo, la risposta a una domanda che pesa sul cuore.
Quando poco fa ho aperto una delle mie antiche riviste, non l’ho fatto di certo con questo spirito di ricerca, ma ammetto che dopo aver letto il  titolo di questo breve racconto del 1893, ho avuto per un attimo la sensazione di aver ricevuto una risposta a una domanda antica, che  non ha più fiato per emergere ancora.


La Consolazione


Un uomo perdè un giorno la moglie, i figli, gli amici e le ricchezze.
Non gli rimase nulla di tutto ciò che ci attacca alla vita; egli si sentì aprire nel cuore una piaga sanguinante e gli occhi di lui furono velati la lagrime perpetue.
Né i giorni né le settimane poterono calmare la disperazione di quel disgraziato e quando implorò l’angiolo della  consolazione, non sperava da lui nessun soccorso efficace.

L’angiolo scese peraltro e condusse l’infelice dinanzi al solo bene che  restavagli, dinanzi a una vasta prateria.
-Amico- gli disse – cerca fra quest’erbe e questi fiori, un fiore più che raro, unico.
Quando lo avrai trovato ponilo sul cuore e ogni angoscia svanirà. Tu potrai riconoscerlo facilmente perché non ha eguali, ma ha il colore del fiordaliso, che cresce fra il grano maturo.
L’uomo andò subito nel prato, cercando a destra e a sinistra per giorni e giorni e scartò tutti i fiori che colse, i più rari non erano mai soli.

Questa ricerca senza metodo, non poteva condurre a nessun risultato. Così l’infelice divise il prato in tanti quadrati eguali nella ferma intenzione di esplorarli uno dopo l’altro.
Poco importavagli ora la lunghezza del compito; il metodo gli dava la certezza di condurlo un giorno a termine.
Quel giorno fu lento a giungere.

Image courtesy of prozac1 / FreeDigitalPhotos.net

L’estate ardente succedette alla primavera e l’uomo interrogava ancora ogni fiore, ogni filo d’erba.
Ma con i graduati progressi che faceva, un sentimento nuovo: la speranza del trionfo, gli penetrava nel cuore e quando l’ardente sole del meriggio lo costringeva a prendere un po’ di riposo all’ombra, sentiva sopra alla testa le note stridenti delle cicale e la voce dell’angelo consolatore che dicevagli: “Coraggio”.

Coraggio!

L’erba dei prati si disseccava di giorno in giorno e l’uomo la falciò tutta e portatala a casa si diede a sceglierla, felice di dimenticare il suo dolore, affezionandosi sempre più al lavoro.
Un mondo altravolta sconosciuto, gli diveniva famigliare e vi trovava mille argomenti di studio e d’osservazione.
E avanti che avesse terminata l’impresa, la piaga del cuore si rimarginò, gli occhi di lui si riaprirono alla vita e quando l’angiolo tornò, l’uomo sapeva già che il lavoro è il consolatore di tutte le pene e che è lui che ci fa parere  nelle ore di raccoglimento, dolci i ricordi e cari i dolori passati.



Forese

(Il tesoro dei bambini - Roma, 19 Novembre 1893 - N°47)



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